giovedì 4 ottobre 2012

Lavoro, equità e diritti. I Giovani Democratici del Molise a sostegno del Segretario del PD Pierluigi Bersani



I Giovani Democratici del Molise sostengono la candidatura del Segretario Nazionale del PD Pierluigi Bersani alle elezioni primarie per la scelta del candidato premier del centrosinistra.
Pur rispettando le candidature e proposte politiche già avanzate, riteniamo indispensabile, in particolare in un momento come quello attuale di gravi difficoltà economiche e sociali per il Paese, affidarsi all’esperienza, capacità e preparazione che contraddistinguono il Segretario del PD. Sosteniamo Bersani perché con coraggio, venendo meno anche alle regole statutarie del partito, ha deciso di accettare la sfida della legittimazione popolare,  al fine di dare la necessaria forza alla proposta programmatica che ha la nobile ambizione di ricostruire e cambiare l’Italia nel segno del lavoro, dell’equità e dei diritti civili.  Sosteniamo Bersani  perché vogliamo che dalle imminenti consultazioni primarie esca un Partito Democratico rafforzato e una proposta di alleanza di centrosinistra capace di unire al rigore, alla difesa dell’euro e alla credibilità internazionale, politiche chiare per i lavoro e la lotta al precariato, per la crescita, la tutela dei diritti civili, la difesa dell’istruzione pubblica, la riduzione delle diseguaglianze accentuate in modo preoccupante dalle politiche neoliberiste del governo Berlusconi.  Sosteniamo Bersani perché crediamo in un centrosinistra che sia esempio di coesione e che sappia al tempo stesso dare un forte stimolo al rinnovamento della classe dirigente del paese. Riteniamo in definitiva che il nostro Segretario e la linea politica da lui espressa rappresentino il modo migliore per raggiungere questi obiettivi, prioritari per l’Italia. Annunciamo quindi la costituzione di un comitato dei Giovani Democratici del Molise a sostegno del Segretario Nazionale del Partito Democratico Pierluigi Bersani. Cercheremo su questa base la più ampia aggregazione  possibile di energie. Parleremo al Molise delle proposte contenute nel Manifesto Programmatico dei Giovani Democratici per il futuro del Paese, e siamo sicuri che le elezioni primarie saranno una grande occasione per riavvicinare la politica ai cittadini.

Davide Vitiello, Segretario Giovani Democratici del Molise

Anna Frabotta, Presidente Giovani Democratici del Molise

Marco Giampaolo, Vice Segretario Giovani Democratici del Molise

Marinella Di Carlo, Segretaria Giovani Democratici Federazione Basso Molise

Domenico Paolo Pontarelli, Segretario Giovani Democratici Federazione Isernia

RICOSTRUZIONE POST – SISMA: PRIORITA’ PER IL MOLISE



“RICOSTRUZIONE POST – SISMA: PRIORITA’ PER IL MOLISE” è il tema della grande iniziativa pubblica che i Giovani Democratici e il Partito Democratico del Molise promuovono per giovedì 11 Ottobre 2012, a Larino, centro di riferimento del cratere. La necessità prioritaria, dopo 10 anni dal terremoto, è porre finalmente termine alla ricostruzione in Molise e restituire dignità alle tante famiglie che ancora attendono di poter fare rientro nelle proprie abitazioni, attraverso una proposta di gestione degli inter
venti di ricostruzione che tenga conto del ruolo fondamentale dei Comuni.

L'11 Ottobre sarà presentata pubblicamente la proposta che i democratici intendono portare alla Conferenza Programmatica Regionale del partito prevista il prossimo mese di Dicembre, a cui presenzierà il Segretario Nazionale del PD Pierluigi Bersani.

Tra i relatori dell’iniziativa sul sisma, Stefano Bonaccini, Consigliere Regionale e Segretario PD dell’Emilia Romagna e Stefania Pezzopane, Assessore al Comune dell’Aquila.

Parteciperanno inoltre sindaci, amministratori, tecnici, rappresentanti delle forze sociali e produttive della regione. 
                                                                                            

martedì 2 ottobre 2012

Iniziativa Enti locali

     Effetti di buone pratiche di governo locale
Ricette contro la crisi, impegni verso i cittadini, buone prassi. Un manifesto della buona amministrazione, una proposta politica e culturale per le politiche territoriali.



SABATO 13 OTTOBRE, ORE 17:30, HOTEL RINASCIMENTO CAMPOBASSO

martedì 25 settembre 2012

“Partecipazione e concretezza per disegnare l’Italia di domani” Presentato il Manifesto programmatico dei Giovani Democratici


I Giovani Democratici del Molise hanno presentato lunedì 24 Settembre in conferenza stampa il Manifesto programmatico “ Alta Partecipazione - Generazioni per una società nuova”, strumento con il quale l’organizzazione intende promuovere su tutto il territorio nazionale la più larga mobilitazione possibile in vista delle elezioni politiche del 2013.  Le parole d’ordine del manifesto sono partecipazione e concretezza. Per dare dignità al lavoro, per colmare i divari territoriali, per ridistribuire ricchezza e opportunità, per costruire l'Europa della conoscenza e della sostenibilità ambientale, servirà un programma che guardi al merito delle cose e non agli slogan.
Non c'è tentativo di cambiamento che riuscirà se non partendo da chi quotidianamente lo pratica, spesso fuori sia dalla politica organizzata che dalla "società civile" che conta. E da queste persone, reti, movimenti, associazioni che i Giovani Democratici vogliono partire, per elaborare assieme le proposte e, soprattutto, per provare insieme a cambiare le cose. E’ fondamentale mettere al centro dell’orizzonte di progresso economico e civile del Paese la qualità della vita e del lavoro dei cittadini.  
Riduzione dei costi della politica e delle dimensioni delle istituzioni accompagnate da una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadini il diritto di scelta dei propri rappresentati; riforma fiscale che premi le aziende che investono, innovano e creano occupazione e penalizzi al contrario le mere speculazioni finanziarie;  lotta all’evasione attraverso la responsabilizzazione delle imprese e l’incentivo all’utilizzo delle  nuove tecnologie; sostegno alla competizione economica basata sulla qualità, sulla sostenibilità, sull’innovazione, sulla ricerca; introduzione di premialità per chi investe in capacità, competenze e compatibilità sociale delle proprie imprese; attenzione alle politiche sociali non intese come strumento di assistenza, ma come fattore di uguaglianza necessario anche alla crescita economica; nuovi investimenti pubblici nel Mezzogiorno, nell’ottica della valorizzazione dei beni ambientali, paesaggistici, archeologici, nel sostegno all’economica sociale, all’agricoltura di qualità; wi-fi libero, digitalizzazione, architettura partecipata, integrazione dei sistemi di sviluppo, infrastrutture efficienti ed integrate. E’ ampio il ventaglio di proposte che i Giovani Democratici mettono a disposizione per il futuro del Paese . Sulla base di queste proposte nelle prossime settimane si cercheranno le necessarie convergenze con le realtà associative che operano in regione al fine di creare la condivisione di idee e programmi indispensabili al cambiamento.
·         Il manifesto programmatico in versione integrale è consultabile sul blog giovanidemocraticimolise.blogspot.it e sulla pagina facebook del gruppo.
Davide Vitiello
Segretario Giovani Democratici Molise



L’anti-politica non si batte alleandosi con l’Udc


Nel corso della storia le crisi economiche hanno sempre generato instabilità e populismi nei vari Paesi in cui si sono manifestate. L’esempio più eclatante nel secolo che ci siamo lasciati alle spalle è stata la Germania. La vecchia Repubblica di Weimar è stata travolta da una serie di cause (la crisi economica del ’29 propagatasi in Europa, il trattato di Versailles che umiliò i tedeschi e fece crescere la rabbia e l’odio contro i vincitori della Prima Guerra Mondiale, una politica ingessata ed incapace di guardare alle esigenze dei cittadini), che hanno portato al potere un fanatico come Adolf Hitler. La storia insegna come nei momenti più drammatici ed incerti, la popolazione tende a rinchiudersi nel suo orticello perchè ha paura di perdere quel poco che possiede. I cittadini, che vivono in un periodo di crisi economica, si disinteressano del bene comune, dei diritti e di tutto quello che può fare rima con una società civile e democratica. Tutto ciò è normale. E’ nella natura dell’uomo aver paura in questi periodi storici, mettere da parte la ratio ed utilizzare solo l’istinto.
Per fortuna l’Italia e l’Europa non sono in questa situazione. Certo la crisi economica ha raggiunto il picco della sua forza, ma un po’ di luce si può intravedere in fondo al tunnel. Negli ultimi due mesi i dati economici sembrano essere migliorati ed il famoso spread è in lenta discesa. Se le nostre istituzioni riusciranno a mantenere la rotta, nei prossimi mesi (e speriamo che siano soltanto mesi) si inizierà a notare una rinascita anche nell’economia reale. Il problema, adesso, è uno: che fare in questo imprecisato periodo di tempo?
La domanda non è delle più semplici. La crisi economica, come detto in precedenza, ha ingigantito vari populismi e nazionalismi. Purtroppo l’Europa è ricca di esempi: Alba Dorata in Grecia, gli ultra-nazionalisti di Marine Le Pen in Francia, i Pirati in Germania e il Movimento Cinque Stelle in Italia. Queste organizzazioni, approfittando dell’incertezza e dell’inevitabile riposizionamento che una crisi economica comporta, stanno cavalcando la disperazione di migliaia di persone solo per raggiungere i loro fini politici. Altro che anti-politica! Questi metodi fanno parte delle peggiori strategie politiche. Noi in Italia, con il recente esempio del berlusconismo, lo dovremmo sapere bene. Ma si sa, l’italiano ha la memoria corta o meglio preferisce far finta di nulla.
Di fronte ad una situazione del genere che rischia di mettere in discussione il più grande progetto politico degli ultimi cinquant’anni, ovvero l’unità dell’Europa, sono importanti e condivisibili le parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e del Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Monti, di cercare di arginare e combattere i vari populismi e nazionalismi. E’ un dovere rispondere positivamente a questo invito, se non vogliamo mandare a rotoli il sogno degli Stati Uniti d’Europa. Su questo punto, troppo importante per l’immediato futuro, non possono esserci divisioni politiche. Le grandi forze che animano il Parlamento Europeo (socialisti e popolari) non devono dividersi sul pilastro portante della nuova Europa.
Però se è vero che ci si trova d’accordo, e non potrebbe essere altrimenti, su questo punto, è altrettanto vero che un’alleanza tra progressisti e moderati non è nella natura e nella tradizione politica europea. Si può difendere l’Europa dai populismi e nazionalismi anche stando sulle due rive opposte del fiume. Anzi questo metodo può essere anche più efficace, perché si eviterebbe di lasciare scoperta ed incustodita una riva del corso d’acqua che potrebbe esser conquistata da un’improvvisa invasione di grilli. Al di là delle metafore non sono convinto di questa alleanza tra progressisti e democratici ed i motivi sono diversi.
Il primo punto è di natura strategica. In un momento storico in cui il qualunquismo contro il sistema politico la fa da padrone, con quale lungimiranza ci si può alleare con il partito (Udc) che fa dell’opportunismo politico una delle sue caratteristiche principali? Noi democratici vorremmo sconfiggere il populismo grillino alleandoci con i vecchi democristiani, che hanno contribuito con inciuci a questa situazione degradante per la politica italiana?
Il secondo punto è di natura programmatica. L’esperienza dell’Unione avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. Abbiamo fallito nel governare con gente come Mastella e adesso cerchiamo la mission impossible con gli alleati di Formigoni in Lombardia o di Michele Iorio in Molise? Non mi si venga a dire che verrà stilato un programma dettagliato e condiviso, perché ricordiamo bene che anche il vecchio centro-sinistra possedeva un lungo programma.
 Il terzo punto, in realtà collegato al secondo, è di natura ideologica. L’Udc ha una visione cattolica della società. I discorsi del Papa contro i matrimoni omosessuali, l’eutanasia e l’aborto sono gli stessi dei leader del partito di Casini. Noi progressisti, invece, abbiamo una visione laica della società e questo non può passare in secondo piano. Vincere le elezioni è fondamentale, ma non alleandoci con un partito che ci logorerebbe al Governo e ci farebbe perdere (questa volta definitivamente) la fiducia degli italiani. E’ vero che se dovessimo vincere avremmo una grande responsabilità, ma non dobbiamo aver paura di cambiare il Paese e non dobbiamo cercare stampelle o compagni di strada, perché siamo un grande partito con gente appassionata e perbene.   
di Valerio Morabito

           

lunedì 24 settembre 2012

Alta Partecipazione - Generazioni per una società nuova


 In un anno il mondo per come lo conosciamo può cambiare. E' una crisi lunga, ma che non potrà avere in eterno la dimensione dell'emergenza.
La vittoria di Hollande, la sfida di Obama, le elezioni in Germania. In breve tempo anche l'Italia dovrà scegliere per il suo futuro.
La nostra generazione non può stare a guardare.
Non solo in Italia i partiti sono distanti, non solo da noi è più semplice distruggere che ricostruire. Ma per tutti il cambiamento passerà da lì: dalla partecipazione delle persone alle decisioni istituzionali.
A quel punto la politica dovrà recuperare una credibilità smarrita e dimostrare di esistere per cambiare le cose. Saranno da individuare le persone, i programmi di un nuovo orizzonte progressista che inverta la rotta di questa occidente invecchiato. Ma il termometro della nostra democrazia ci dice che qualcosa va fatto, ancor prima di ciò.
Se i partiti sono il più efficace strumento che abbiamo per realizzare questo cambiamento - e noi lo crediamo - è da affrontare prima di tutto il logorato rapporto con la società e con i cittadini.
Non vinceremo e non cambieremo nulla se non saremo parte di un grande mobilitazione popolare. I partiti saranno il motore principale, ma dovranno sapere aprirsi con coraggio, verità e gesti concreti di rinnovamento.
E' per questo che noi ci vogliamo essere, e non da soli. Vogliamo portare la voce di una generazione indispensabile.
Perché non accettiamo che ci descrivano le indagini di mercato: vogliamo parlare con la voce del nostro impegno, dei nostri mille lavori, del nostro studio, dei nostri valori: crediamo nelle risposte collettive.
Non pensiamo che ci sia un'Italia migliore di un'altra. Crediamo che esistano l'individualismo, il privilegio, la solitudine come pure la solidarietà, l'uguaglianza e il senso di comunità. Sta a noi scegliere la direzione di marcia.
Esiste una strada percorsa tutti i giorni da associazioni, imprese, gruppi informali, organizzazioni politiche giovanili, che portano avanti le proprie cause di militanza civile, sul lavoro, con l'arte, nella formazione e nell'educazione, per la legalità e i diritti. Pensiamo sia ora che quel mondo giochi il ruolo che gli spetta.
Saremo in movimento verso la nostra occasione di cambiare l'Italia. Lo faremo in un anno difficile, ma fiduciosi che molti si aggiungeranno.
Dal 2013, governare il nostro Paese dovrà essere qualcosa in più che tenere i conti a posto.

Per dare dignità al lavoro, per colmare i divari territoriali, per ridistribuire ricchezza e opportunità, per costruire l'Europa della conoscenza e della sostenibilità ambientale, servirà un programma che guardi al merito delle cose e non agli slogan.
Non c'è tentativo di cambiamento che riuscirà se non partendo da chi quotidianamente lo pratica, spesso fuori sia dalla politica organizzata che dalla "società civile" che conta. E da queste persone, reti, movimenti, associazioni vogliamo partire, per elaborare assieme le proposte e, soprattutto, per provare insieme a cambiare le cose.
Dalle scelte del prossimo Governo italiano dipenderà tanto la tenuta sociale delle nostre comunità quanto la capacità della nostro Paese di compete nell'economia globale. La nostra fetta di mondo deve porre la qualità della vita e del lavoro dei cittadini al centro del proprio orizzonte di progresso economico e civile.
Le scelte programmatiche qualificano i gruppi politici più delle trovate mediatiche.
Su quelle vogliamo incidere.

1) I CONTI CON L'OSTE
Questa volta non basterà qualche trovata mediatica, non servirà scommettere sull'inadeguatezza degli avversari. In Italia, per quanto riguarda i privilegi della "casta", i costi della politica, il ricambio delle classi dirigenti e la questione morale esistono ancora enormi differenze tra la "destra" e la "sinistra". E' tempo di dimostrarlo!
C'è il rischio che un'intera generazione - e non solo quella - , disillusa, stia a guardare.
Molti cittadini non si concederanno alle partigianerie e decideranno sulla base di scelte e segnali concreti. E' irresponsabile andare al voto con questa legge elettorale, berlusconiana e antidemocratica. Prima della fine della legislatura occorre restituire ai cittadini la scelta dei loro rappresentanti e ritornare ad un vincolo di rapporto territoriale per gli eletti.
Un futuro Governo di centro sinistra non dovrà comprendere Ministri con troppe stagioni alla spalle. I gruppi parlamentari dovranno essere largamente rinnovati: attraverso il rispetto del vincolo dei tre mandati e affidando alle Primarie o a strumenti di consultazione democratica il compito di comporre le liste elettorali.
Basta coi doppi e tripli incarichi! Riproporre i medesimi candidati ad ogni livello è un limite dei partiti, non il volere degli elettori. Serve uscire dai pacchetti di consenso che sedimentano nei territori in modo opprimente e investire in classe dirigente.
Servono regole certe per la stabilità delle alleanze tra i partiti. Non solo partecipare alla primarie o vincere le elezioni insieme: si deve governare il Paese. I gruppi parlamentari devono votare a maggioranza e lavorare secondo precise regole di disciplina interna, coordinati con i partiti di cui sono espressione.
Nelle priorità di Governo sarà da inserire la riduzione dei costi e delle dimensioni delle istituzioni, a tutti i livelli. In tempi di crisi - e non solo - la sobrietà e l'efficienza devono tornare a guidare l'attività degli amministratori della cosa pubblica.
Per i cittadini è purtroppo sempre più difficile trovare le differenze. Non è mai troppo tardi, invece, per i partiti fare la differenza, e ricostruire quel rapporto di fiducia popolare che ci condurrà fuori dalle secche della II Repubblica.

2) EQUILIBRI DIVERSI
Le disuguaglianze sono la chiave di lettura trasversale di questa crisi. Il mercato non le sa combattere: tocca allo Stato farlo, prima di tutto.
La disoccupazione giovanile, come la scarsa ricettività delle competenze dei giovani che ha il nostro mercato del lavoro sono al centro dell'arretratezza e delle ingiustizie del nostro Paese e hanno radici profonde. Una fiscalità diversa può far cambiare questi equilibri.
Il nostro fisco premia chi possiede, non colpisce le rendite finanziarie epenalizza lavoro e imprese. Se chi ottiene un reddito dal proprio lavoro o dalla propriaattività imprenditoriale viene tassato più di chi consegue lo stesso reddito dalle proprierendite, le risorse si trasferiscono dagli investimenti produttivi alle transazioni finanziarie. Occorre, quindi, utilizzare anche la leva fiscale per interrompere e invertire tale tendenza, contribuendo a implementare - a livello nazionale ma soprattutto europeo - un modellovirtuoso che premi l'utilizzo delle risorse a fini produttivi e penalizzi le mere speculazionifinanziarie.
Allo stesso tempo il prelievo fiscale sulle rendite di natura immobiliare, eliminandoincongruenze e iniquità prodotte dall'IMU, va rimodulato secondo una accorta ed equaapplicazione del principio costituzionale di capacità contributiva.
Tale obiettivo deve essere perseguito anche attraverso una razionalizzazione del sistemafiscale interno: investire sul lavoro significa premiare le imprese con alto tasso dioccupazione.
L'IRAP deve cessare di essere una vera e propria imposta sul lavoro:  occorre incrementare gradualmente gli sgravi sul costo del lavoro, introducendo unmeccanismo premiale per quelle imprese che sopportano un costo del lavoro stabile "significativo" rispetto alla propria dimensione.
L'evasione è un furto alla collettività, che non basta affrontare con i proclami. Il fisco italiano si mostra rigoroso e intransigente con chi le tasse le paga già e troppoindulgente con i veri evasori. In realtà questa è la logica conseguenza di una lotta all'evasione fiscale condotta attraverso l'elaborazione di regole sempre più complesse e "punitive", ma concretamente inapplicabili.Si è preferito tentare di favorire comportamenti virtuosi minacciando una forte repressione piuttosto che lavorare e favorire un cambio di mentalità nel rapporto stato-cittadini.
Si sono realizzate azioni di contrasto all'evasione soltanto su un piano repressivo,
dimenticando di sviluppare parallelamente meccanismi premiali per chi le tasse le paga.
Insomma, tanto bastone e poca carota.
Siamo convinti che questa sia la strada sbagliata.
Siamo convinti che una vera lotta all'evasione sia possibile soltanto attraverso la responsabilizzazione di imprese, lavoratori e cittadini anche mediante un utilizzo semplice e intelligente delle nuove tecnologie.
Va incentivata la progressiva sostituzione della moneta cartacea con quella elettronica attraverso strumenti innovativi e premianti.
La fiscalità dice molto della direzione verso la quale una comunità è orientata.
Noi siamo per tassare chi specula, colpire chi evade e premiare chi produce onestamente.

3) I LAVORI PRIMA DI TUTTO
In Italia oltre al dualismo tra lavoratori protetti dall'Art. 18 e non protetti si sono sommate divisioni: tra giovani e anziani, tra lavoratori con tutele contrattuali e sociali e lavoratori che ne sono privi; tra lavoratori autonomi e professionisti consolidati e giovani professionisti o professionisti senza ordine ed albo.
E continuano a permanere le storiche distanze tra nord e sud; tra lavoro nero e lavororegolare; tra occupazione maschile e femminile, tra migranti e non.
Vogliamo uno sviluppo che parta dal lavoro e  dalla sua riunificazione partendo da compensi dignitosi rapportati al proprio lavoro.
Nel paese che vogliamo le tutele sociali sono inalienabili e dovute a tutti i cittadini aprescindere dalla modalità con cui lavorano: a chi si ammala come a chi vuole fare un figlio; a chi subisce un infortunio sul lavoro e a chi vuole formarsi e aggiornarsi; a chi inizia un lavoro autonomo o professionale, a chi investe proprie risorse e a chi per farlo ha bisogno di accedere al lavoro.
Vogliamo ripartire dall'idea dello Statuto del lavoro autonomo per garantire compensi equi, tutele sociali universali e ammortizzatori in caso di perdita del lavoro.
Vogliamo sostenere una competizione economica basata sulla qualità, sulla sostenibilità, sull'innovazione, sulla ricerca premiando chi investe sulle capacità, sulle competenze e sulla compatibilità sociale della propria impresa.
L'Italia sarà competitiva se diventerà un Paese che tutela il lavoratore, la sua produttività come le sue competenze. La gara al ribasso su diritti e redditi è irresponsabile e autodistruttiva.

4) OLTRE LISBONA
Il sapere, l'avanzamento tecnologico, l'imporsi dell'economia della conoscenza e poi la più grande utopia degli ultimi trent'anni, che nasce e muore grazie e a causa della stessa: Il programma di Lisbona, il libro bianco di Jaques Delors.
Un sapere sempre più diffuso come leva per costruire la società moderna e migliore: un sistema cognitivo del lavoro, costruito su importanti investimenti nella conoscenza, nella ricerca, nell'innovazione, che leghino in strade comuni il sapere e il saper fare.
Da troppi anni soltanto belle parole.
Opinione degli ultimi governi è stata che il sistema del sapere deve subire il risparmio, e chiudersi nell'elitarismo di chi espelle chi non merita il lusso di una lezione. Il sapere offerto a chi già ha gli strumenti e non inserito nel processo di crescita complessiva di una comunità. La crisi non è una nuvola passeggera, e impone all'Italia di mutare idea di sviluppo. Bisogna cominciare da dove il paese forma le proprie intelligenze e da dove queste incontrano il mercato: in sapere non si risparmia, si investe. Sconfiggere la dispersione scolastica, aumentare il numero dei laureati e rivalutare laricerca sono obiettivi che parlano dell'Italia di domani e del lavoro di domani. Il welfare studentesco deve garantire accesso e successo allo studio; il modo di apprendere deve permettere spazi personalizzanti, percorsi e interazioni multidisciplinari e contemporanei; servono formazione e innovazione permanenti per persone e imprese; serve finanziare la ricerca dentro e fuori delle strategie industriali.
Il mondo dell'impresa italiana è l'altra faccia del problema: poca innovazione e poco investimento sul saper fare di chi lavora.
Accompagnare questo mondo verso la possibilità di cambiare attraverso politiche industriali, incentivi, sostegno all'innovazione è lo strumento per trasformare l'Italia nella società della conoscenza.

5) TUTTI AL CENTRO, NESSUNO ESCLUSO
Questa modernità ha cambiato il significato stesso di inclusione e di periferia.
Questa crisi ne ha aggravato i problemi, ad ogni livello. Ma alcune realtà aspettano da molto prima di essere affrontate.
Il disinvestimento delle risorse nel Mezzogiorno del paese, accompagnato dalla necessità di utilizzare i fondi FAS in sostituzione di quelli ordinari, sommato al lavoro nero, all' uso clientelare di finanziamenti, ha contribuito ad alimentare i divari economici, sociali e territoriali del Paese, divenendo un freno allo sviluppo complessivo.
Ridisegnati gli assi strategici ed economici dell'Europa e non solo, modificati gli snodi di hubs, porti e transito merci, emersi prepotentemente i paesi BRICS, occorre ridisegnare la funzione del Mezzogiorno.
Non ci si può rassegnare alla chiusura dei grandi insediamenti industriali pensando che il compito della politica sia esclusivamente quello di monitorare qualità e quantità degli investimenti privati.
Negli ultimi venti anni abbiamo assistito ad una competizione per le risorse tra le diverse aree territoriali del Paese. E' stato il frutto di una oncezione distorta di federalismo, e di localismi esasperati ad identità fondativa di partito. Se il Mezzogiorno non cresce l'Italia, tutta, non esce dalla crisi. E la distanza tra nord e sud si colma soltanto ripartendo da grandi investimenti pubblici.
Occorre uscire dalla dicotomia tra autonomie locali ed interventi nazionali, e liberare risorse, competenze e rimettere al centro dell'azione governativa le politiche sociali, non intese come strumento di assistenza, ma come fattore di uguaglianza necessario anche alla crescita economica.
Autonomia energetica, tecnologia, integrazione dei sistemi di sviluppo, infrastrutture efficienti ed integrate, riqualificazione dei grandi insediamenti produttivi, sostegno all'economia sociale, un'agricoltura e una cultura della tradizioni fatta di programmazione e valorizzazione.
Il Mezzogiorno d'Italia ha tante chiavi di volta e altrettante energie che aspettano di essere liberate.

6) LE NOSTRE CARTE
Nella competizione globale l'Italia è vittima di anacronismi drammatici. I tagli sul settore dei beni culturali ci stanno condannando a diventare fruitori più che produttori di cultura, noi, la culla dell'arte Europea!
La cementificazione e l'abbandono stanno impoverendo e depredando il nostro territorio dell'enorme patrimonio di biodiversità e di bellezza paesaggistica.
Un Paese al centro del Mediterraneo, luogo di passaggio e scambio tra i popoli del nord e del sud del mondo si è chiuso nel raconcore e nella paura per lo straniero.
Così non andremo avanti a lungo.
In termini economici e occupazionali, oltre che di civiltà, è necessario invertire le rotte. L'Italia è sinonimo di cultura nel mondo, i suoi Governi dovranno cominciare ad esserlo entro i confini nazionali, promuovendone la produzione diffusa e la conservazione.
L'ambiente è una grande risorsa, la sua tutela e la sua conoscenza riempiranno il futuro dell'uomo: servono investimenti in strutture e personale specializzato.
Solo una terra di solidarietà e integrazione potrà sopravvivere all'urto della globalizzazione. Le grandi migrazioni si possono governare o subire, non fermare.

7) DOMANI E' GIA' QUI
Nella crisi che stiamo vivendo e alla velocità con la quale stiamo attraversando la storia, è indispensabile parlare di innovazione. Se vogliamo parlare di futuro, bbiamo il dovere di proiettarci verso la cosiddetta Social Innovation o Innovazione Sociale.
Proprio perché ancora in discussione il significato e la portata stessa di tale definizione, l'Innovazione Sociale è un immenso serbatoio di possibilità (progetti, servizi, produzioni, settori, ecc.) che riguardano bisogni della società, incidono sugli stili di vita e che, allo stesso tempo, creano nuove relazioni.

La produzione e l'organizzazione della vita in una chiave ecosostenibile, consumi individuali e collettivi etici e solidali son traguardi ai quali le tecnologie ci fanno guardare con fiducia e che devono diventare parte dell'identità dei progressisti.
Il wi-fi libero, la digitalizzazione, l'architettura partecipata, la nuova mobilità pubblica sono innanzitutto straordinarie frontiere di progresso umano.
L'Unione Europea, in vista di Europa 2020, ha inserito l'innovazione sociale come elemento strategico per crescita e sviluppo.
Anche il nostro Paese deve partecipare a questo processo di avanzamento, favorendo l'innovazione a partire dalla "domanda", dalla società e dalle nuove generazioni, già pronte a mettersi in gioco. Garantire la presenza dei cittadini nella ricerca delle soluzioni, nella costruzione delle relazioni e dei modelli innovativi genera  interventi istituzionali - messi in campo da governi e comunità - che hanno un grande impatto sulle più importanti sfide dell'umanità.

8) PRATICARE IL CAMBIAMENTO
Nel ventennio del Berlusconismo, della nuova corruzione dilagante, del discredito delle istituzioni a cui fanno da contraltare fenomeni di facile quanto vacuo populismo, siamo invitati a fare più e meglio perché è forte il disorientamento e la sfiducia nei confronti delle istituzioni e della politica ed è forte la richiesta di una partecipazione diretta, trasparente e pulita.
In questa stagione riteniamo indispensabile richiamarsi ad una nuova sensibilità civile, ad un corretto vivere e ad un rapporto trasparente tra rappresentanti e rappresentati che fanno parte della stessa comunità, sia essa un partito, un circolo, un comune o l'intero stato.
Nessuno vuole più prendere parte ad un rito, ma trovare il proprio modo di partecipare all'insegna del concetto principale: la condivisione.
Relazioni e non gerarchie, reti e non piramidi, perché tutti quelli che hanno competenze e qualcosa da dire (e si sentono di dirlo) possano farlo.
Comprensibilità del processo, trasparenza e tracciabilità delle decisioni, partecipazione e apertura alla società sono i nostri obiettivi.
Non solo regole, però: altrettanto importanti sono lo stile, i comportamenti e le modalità di rapporto tra politica e cittadini.
La convinzione è che discutere e adottare nuovi comportamenti debba essere un segno di protagonismo del Partito Democratico, del centro sinistra, e dei suoi militanti e dirigenti. 



domenica 23 settembre 2012

“Il lavoro prima di tutto”. Lunedì la presentazione del Manifesto Programmatico dei Giovani Democratici


Lunedì 24 Settembre, alle ore 17:00 , presso la sede PD di via Ferrari, i Giovani Democratici del Molise terranno una conferenza stampa per illustrare i contenuti del documento programmatico “Alta Partecipazione, Generazioni per una società nuova”, manifesto con il quale i Giovani Democratici, su tutto il territorio nazionale, intendono preparare una larga mobilitazione in vista degli appuntamenti elettorali di primavera. Per dare dignità al lavoro, per colmare i divari territoriali, per ridistribuire ricchezza e opportunità, per costruire l'Europa della conoscenza e della sostenibilità ambientale, serve un programma che guardi al merito delle cose e non agli slogan. Non c'è tentativo di cambiamento che riuscirà se non partendo da chi quotidianamente lo pratica, spesso fuori sia dalla politica organizzata che dalla "società civile" che conta. E da queste persone, reti, movimenti, associazioni che i Giovani Democratici intendono partire, per elaborare assieme le proposte e, soprattutto, per provare insieme a cambiare le cose. Dalle scelte del prossimo Governo italiano dipenderà tanto la tenuta sociale delle comunità quanto la capacità del Paese di competere nell'economia globale. L’Italia e l’Europa devono porre la qualità della vita e del lavoro dei cittadini al centro del proprio orizzonte di progresso economico e civile.
Nel corso della conferenza stampa, saranno annunciate inoltre le date nelle quali verranno allestiti sul territorio regionale  i banchetti di raccolta firme per il sostegno  alla campagna europea “Rise Up”, campagna promossa dai Giovani Democratici e dalle organizzazioni giovanili socialiste europee per chiedere più lavoro, conservazione di un alto livello di protezione sociale, abbassamento di emissioni di gas effetto serra e nuovi investimenti in green economy.

GIOVANI DEMOCRATICI MOLISE


Le banalizzazioni dei grillini


 “E poi ti dicono tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera. Ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera”.
Questa stupenda strofa tratta da “La storia siamo noi” di Francesco De Gregori mi è venuta in mente in questi giorni, dopo lo scandalo che è scoppiato alla Regione Lazio. Il gruppo consiliare del Popolo della Libertà ha utilizzato centinaia di migliaia di euro pubblici per spese private. Dai latticini alle cozze passando per l’acquisto di una Smart e gioielli. Il Pdl o Partito dei Ladri con l’ex capogruppo Fiorito ordinava uscite per 100 mila euro in un solo giorno. La Presidente Polverini dopo un discorso pieno di retorica e propaganda, non ha avuto neanche la dignità e l’onestà di fronte ai suoi cittadini ed elettori di dimettersi. Renata Polverini ha dimostrato, nel pieno stile Berlusconi, di non essere al servizio della Cosa pubblica e quindi dell’interesse dei cittadini, ma di utilizzare la Cosa pubblica ed i voti dei cittadini solo per i suoi interessi. Da un ex sindacalista (è stata segretario dell’Ugl) ci si sarebbe aspettato più sensibilità e più rispetto per tutti gli italiani che in questo momento fanno grandi sacrifici economici. Nulla di questo è accaduto. Dimissioni ed assumersi la propria responsabilità sono parolacce a destra.
Non si può nascondere che in alcuni casi anche a sinistra si è sbagliato, ma le dimissioni sono state una logica conseguenza. Penso al caso Marrazzo, dove l’ex Presidente della Regione si dimise per molto meno e sicuramente non aveva rubato soldi ai contribuenti. E’ vero, noi siamo un’altra storia. Anche se al populismo dei grillini o di chi che sia conviene metterci tutti dalla stessa parte, dobbiamo rimandare al mittente queste banalizzazioni. La strofa di De Gregori citata pocanzi è sempre attuale. Dire tutti rubano e tutti pensano ai loro interessi è da qualunquisti. E’ da gente che non ha il coraggio di scegliere da che parte stare. Il fenomeno della globalizzazione ha polarizzato anche la politica e la differenza sostanziale tra questi due schieramenti sta nella parola Stato. La sinistra mondiale, da quella americana a quella europea, guarda allo Stato come al pilastro di una società civile. L’elemento cardine che deve garantire equità, solidarietà e giustizia tra i cittadini. La destra mondiale, invece, cerca in tutti i modi di abbattere l’idea di Stato. Per loro lo Stato è una zavorra, perché non ci si può occupare degli interessi della maggioranza ma solo di una piccola parte che, guarda caso, è molto ricca. Neanche l’epoca del post-ideologismo è riuscita a cancellare questa differenza e quindi, ritornando al nostro discorso iniziale, è da superficiali dire che tutti siamo uguali. Non è così, perché i fatti parlano chiaro e chi continua a negarlo, come il Movimento Cinque Stalle, ha un preciso obiettivo: i loro interessi.    
Valerio Morabito

venerdì 21 settembre 2012

Economia ed etica. Un binomio per uscire dalla crisi di Valerio Morabito



La crisi economica che ha travolto gli Stati Uniti d’America e l’Europa, ha smascherato una parte del sistema capitalista che ha fatto del non rispetto delle regole una delle sue bandiere. Nei mercati finanziari mondiali pochi si sono arricchiti a danno di molti. La finanza creativa ha generato un benessere fittizio sfociato nella crisi dei mutui subprime, che per effetto della globalizzazione si è diffusa a macchia d’olio in tutto il mondo. In questa situazione sono diversi gli studiosi che stanno cercando di trovare una via d’uscita alla crisi economica e molti di loro hanno riscoperto una parola che le politiche liberiste avevano messo da parte: etica. Un termine, a mio modo di vedere, che deve camminare di pari passo con l’economia se si vuole uscire da questo tunnel.
Etica ed economia devono tornare a collaborare e a completarsi a vicenda. Non c’è niente di nuovo in questa ricetta. Occorre soltanto ricordare com’è nata l’economia e come, con il trascorrere dei secoli, la sua funzione è degenerata quando si è allontanata ed affrancata dalla filosofia e dall’etica. Gli esperti evidenziano tre fasi in questo rapporto: in una prima fase economia e filosofia sono intrecciate tra loro, in un secondo momento si distaccano, mentre nei primi del Novecento si riavvicinano in maniera equivoca.
L’economia esiste sulla faccia della terra da quando è comparso l’uomo. Questa disciplina si è palesata nel momento in cui si è stabilito il valore di scambio. E’ chiaro che l’economia nasce prima della filosofia, perché concerne la base della regolamentazione umana. Sin dalla sua nascita l’economia esiste per stemperare la ferocia tra gli uomini e quindi ha una base etica indiscutibile. L’autonomia dell’economia viene meno nel momento in cui nasce la filosofia, che pone sotto la sua protezione la disciplina economica. Da questo momento in poi i filosofi iniziano ad occuparsi di tematiche economiche: Platone le affronta in particolar modo nella Repubblica ed Aristotele è il primo a parlare di economia politica. Nell’Etica Nicomachea il filosofo di Stagira espone un discorso di economia monetaria, in cui sostiene che il valore della moneta è un’unità di misura al fine di scambiare le merci. Nell’antichità e nel Medioevo l’economia non si emancipa dalla filosofia. Nel Medioevo, età contemplativa per eccellenza, l’attività economica è legata a pratiche religiose e metafisiche.
Tutto cambia nell’epoca moderna con l’affermarsi del paradigma galileiano, che ribalta la supremazia della filosofia sulla scienza. E’ chiaro che il rapporto tra filosofia ed economia è destinato a mutare radicalmente. L’economia moderna è fortemente caratterizzata dalla visione di Thomas Hobbes e di Adam Smith. Quest’ultimo, che prima della cattedra a Glasgow in economia è stato titolare di cattedra in filosofia morale, sostiene che “il prezzo reale di una merce è uguale al lavoro svolto”. E’ con Smith che l’economia diventa scienza autonoma ed è sempre il filosofo ed economista scozzese ad affermare, rifacendosi a Vico, che l’uomo è vizioso, però, per stare insieme con gli altri ha limitato la sua viziosità.
Nell’800 Karl Marx espone al mondo le sue tesi rivoluzionarie e fa del legame tra filosofia ed economia un nesso inscindibile ed irrinunciabile. Tutta la visione economica del filosofo del comunismo si fonda su una base filosofica ed i costrutti umani si possono spiegare rifacendosi all’economia. L’intelligenza di Marx sta nel costruire una struttura economica su una tesi filosofica. Sempre in questo secolo l’onda lunga dell’Illuminismo genera il Positivismo, che è convinto di ottenere una verità oggettiva (mito dell’oggettività scientifica). Anche l’economia, che vuole essere scienza, cerca di riposizionarsi su questi binari e quindi l’allontanamento dalla filosofia è una logica conseguenza. Secondo Vilfredo Pareto lo scienziato economico deve fotografare la realtà in maniera oggettiva. L’economista viene paragonato al fisico e la sua parola d’ordine è la misurabilità. In questo momento storico l’economia si tramuta in una scienza che va al di là delle sue capacità, perché pretende di dire l’ultima parola sulla realtà. L’economia, privata della sua eticità, diviene arida. Uno dei primi studiosi ad accorgersi di tutto questo è Benedetto Croce, che sostiene come l’economia matematizzata non è una disciplina che riguarda l’uomo. L’economia è una forma dell’agire umano, per Croce, in cui il singolo è responsabile.
Nel Novecento il distacco tra economia e filosofia viene meno, ma come detto in precedenza è un legame equivoco. Gli economisti si rivolgono alla filosofia per trovare un aspetto metodologico e ci si rivolgerà in particolar modo alla filosofia della scienza. Karl Popper e Thomas Kuhn sono i due grandi mentori. Il merito del primo è di aver fatto argine contro l’induttivismo presente anche in economia, mentre il merito del secondo (che possiede una visione più realista rispetto a Popper) è di aver avviato una svolta storicista. In questo momento storico appare il paradigma della complessità, che mette in luce un elemento etico molto forte nell’economia, e riprende quella dimensione filosofica che si era persa dopo Adam Smith. Del resto un’economia fondata sul paradigma classico non può che essere astratta.
Grazie al paradigma scientifico della complessità, oggi la filosofia è tornata a caratterizzare l’economia. Un esempio lampante è rappresentato dal sistema della globalizzazione che caratterizza le nostre società. L’economia come attività a se stante ha fallito e l’etica deve tornare al centro del suo interesse. Amartya Sen, che ha fondato la sua teoria economia sull’etica, ha detto: “non è possibile una pura teoria economica senza un aspetto etico”. Senza l’etica, aggiunge Sen, l’economia non da risposte concrete ai problemi di oggi.
Qui si è chiuso il cerchio. L’economia è tornata alla filosofia e adesso occorre recuperare l’aspetto etico del quale si era liberata. L’etica, oggi considerata la base da molte aziende che cercano il rilancio, è un elemento chiave per lasciarci alle spalle questa crisi economica. Tramite l’etica l’economia può diventare più umana e meno tecnica. Su una base etica possiamo costruire un’economia che guarda ai veri bisogni dei cittadini. Sul pilastro dell’etica le nostre aziende possono rilanciarsi nel mercato globale. Questa crisi economica può essere un’opportunità e può farci riscoprire l’importanza di una parola che durante l’epoca della technè è stata messa da parte.

giovedì 20 settembre 2012

Contro lo sfruttamento dei giornalisti precari. Le proposte dei Giovani Democratici del Molise


Il rispetto del  principio costituzionalmente garantito della libertà e del pluralismo dell’informazione passa attraverso la salvaguardia della dignità e dell’indipendenza dei giornalisti.  In Italia, e in modo ancor più accentuato in Molise, la stragrande maggioranza dei giornalisti operanti nel quotidiani e periodici a stampa e on line e nelle imprese editoriali di radio e tv, sono soggetti da tempo ad una vergognosa condizione di sfruttamento che incide in modo preoccupante sulla qualità del prodotto finale.
Un esempio emblematico di come nel nostro Paese il concetto di flessibilità sia sinonimo perfetto di precarietà e precarizzazione del lavoro, è dato da quanto purtroppo accade nelle imprese dell’editoria, dove operano giovani e meno giovani che hanno votato la loro vita al giornalismo e che sopravvivono con 4 – 5 euro lordi al pezzo, una miseria che non dovrebbe essere neppure contemplata quando si parla di informazione a servizio del cittadino. Di questa precarietà, che sfocia in frustrazione e che rappresenta al contrario un grosso beneficio per pseudo editori protetti troppo spesso dal silenzio complice della politica,la stragrande maggioranza dei cittadini purtroppo non ha alcuna percezione.
Come ha ben affermato Marco Patruno, direttore responsabile di Generazione P. Giornalisti e Precari, essere giornalisti precari in Italia vuol dire “ non avere una sicurezza economica, non avere un periodo di riposo retribuito, non avere una pensione dopo una vita intera al servizio della professione. La paura di un giornalista precario è quella di ammalarsi perché la malattia non sempre viene riconosciuta”. In definitiva, il giornalista precario è “un soggetto debole e per questo potenzialmente e più facilmente ricattabile, dal datore di lavoro, dal politico di turno o da gente poco raccomandabile”.
Per questo è fondamentale partire dalla necessaria attenzione e sensibilità rispetto ad un problema grave per un paese che si definisce democratico. Se la stampa viene meno al suo dovere di formare le coscienze dei cittadini vuol dire che manca alla radice un principio cardine del sistema democratico: la libertà del giornalista.  Se il giornalista è costretto a lavorare in nero con una retribuzione da fame, ridotto ad una condizione di schiavitù paragonabile a quella di un povero extracomunitario assunto nei campi,  come è minimamente pensabile che egli compia correttamente il suo dovere ?
In via prioritaria, la politica, il sindacato e l’ordine dei giornalisti hanno l’obbligo di far venire a galla la preoccupante anomalia rappresentata dall’impiego di lavoro sommerso all’interno delle imprese editoriali. Non può essere permesso a finti editori senza scrupoli di lucrare sulla dignità, sulle speranze e sui sogni dei giornalisti. Chi sfrutta il lavoro degli altri deve essere sanzionato e non messo più nella condizione di nuocere alla società.
Per quanto riguarda il caso Molise, bene ha fatto l’ASM, Associazione Stampa Molise a ricordare, in un comunicato pubblicato lo scorso 10 settembre, che nella nostra regione vige il “più alto tasso di lavoro nero nel settore dell’editoria: più del 70% degli addetti non ha un contratto di lavoro”. Tutto ciò pone un serio interrogativo sul corretto utilizzo dei finanziamenti pubblici, garantiti sulla base della legge regionale del 10 Novembre 2009, n. 28  avente ad oggetto: “misure urgenti a sostegno degli editori molisani operanti nel settore della carta stampata”. Una legge che l’ASM definisce correttamente “legge vergogna, grazie alla quale è stato distribuito in tre anni circa 1 milione di euro a pochissimi quotidiani e periodici, individuati in base a parametri che privilegiano pochi e danneggiano tanti”. Una massa di denaro pubblico che, secondo l’ASM, “non solo non giova all’occupazione, ma distorce la concorrenza, inficia la deontologia professionale e danneggia il messaggio informativo”.
I Giovani Democratici del Molise, consapevoli dell’estrema importanza che il sistema dell’informazione assume per il conseguimento dello sviluppo culturale, sociale ed economico del Paese, avanzano le seguenti proposte quale contributo alle iniziative di sensibilizzazione annunciate per l’autunno dall’ASM e al contempo, alle forze politiche e sociali affinché fin da subito si entri nel merito del problema con azioni concrete, finalizzate ad assicurare la tutela e salvaguardia della dignità dei professionisti dell’informazione.
·         I Giovani Democratici chiedono al consiglio e alla giunta regionale del Molise di sollecitare quanto prima l’approvazione del disegno di legge sull’equo compenso ai giornalisti, ddl già approvato alla Camera e tuttora fermo in Senato, affinché sia data una risposta positiva alla necessaria richiesta di equità e di dignità dei giornalisti precari.
·         Chiedono inoltre che venga approvata la proposta di legge regionale avente ad oggetto “misure della Regione per il sostegno del pluralismo dell’informazione”, che vincola la concessione di incentivi economici da parte della Regione “alle imprese editoriali, con sede legale e operativa in Molise e iscritte al ROC, in regola con gli obblighi di legge in materia di trattamento contrattuale e assicurativo del personale dipendente e di sicurezza nei posti di lavoro”.
La condizione indispensabile per l’accesso ai contributi è “l’applicazione al personale giornalistico delle norme dei  contratti nazionali di lavoro giornalistico della Federazione Nazionale della Stampa  e per tutti gli altri dipendenti del regolare contratto di categoria.  Sono esclusi co.co.co, co.co.pro ed ogni altra forma di prestazione di lavoro a chiamata o autonomo”.  Una proposta di legge quest’ultima che rappresenta un primo, necessario , fondamentale passo di civiltà nella giungla dell’editoria molisana, accentuata in seguito all’approvazione della legge regionale del 2009.
Davide Vitiello , Segretario Giovani Democratici del Molise
Caterina Cerroni, Responsabile dipartimento cultura e informazione GD Molise